Un silenzio assordante.

Riprendo ad usare questo blog come strumento per proporre riflessioni e pezzi di ragionamento dopo più di un anno di silenzio. Ma il silenzio al quale mi riferisco nel titolo non è il mio, non sono ancora così presuntuoso. Ma quello delle ragioni della sinistra. Le ragioni semplici primarie, quelle che stavano nei padri che lottavano per la terra, per le otto ore, o per il voto alle donne…

Cose semplici ma che apparivano chiare e lineari declinazioni di principi e valori: l’uguaglianza, il diritto al lavoro, alla casa alla salute e ad un’istruzione uguale per tutti.

Oggi dopo tempo sembra che il lavoro torni in qualche modo centrale per ogni riflessione a sinistra… Centrale perchè non c’è, nè nelle vecchie forme, nè nuovo,  nelle sue sfarzose e mistificatorie aggettivazioni: precario, a progetto, autonomo, coordinato e continuativo, interinale…

Nella sua centralità però non trova, o almeno lo fa con molta difficoltà, quella declinazione chiara lineare che aveva reso in pasato la sinistra un grande movimento popolare… Per cui ci si arrovella nei distinguo, nelle cessioni di responsabilità, “non spetta a questo ma  a quello”, “lo stato non deve”, “il mercato è mercato”. O nell’eterna rincorsa a chi è più rivoluzionario… Per cui il lavoro si ma, o meglio l’emancipazione dal lavoro e ancora di più, perchè c’è sermpre chi è più a sinistra di qualcuno, il rifiuto del lavoro come estremo sentimento rivoluzionario.

Insomma siamo punto e a capo, perchè quei principi, quei valori, che in passato univano sinistra cattolica socialista, comunista e libertaria, stentano a trovare una declinazione comune, forte capace di guidare un perrcorso politico.

Il lavoro rimane “solo”, schiacciato dalle regole dal capitale, solo preda della “guerra tra poveri”, pe cui la contesa per quel poco lavoro che c’è viene fatto verso l’altro, verso il diverso o l’ultimo arrivato… Altro che “proletari di tutto il mondo unitevi” o “ogni uomo è mio fratello”.

Provo quindi a ripartire ragionando, l’ambizione è di farlo guardando all’oggi ma riportandolo sempre a quei principi che hanno guidato la lotta per l’emancipazione.

Dario L.

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